MUSICA

Intervista a Max/Contrasto
di Pietro Rivasi

Abbiamo chiacchierato con Max, voce della storica e militante band cesenate Contrasto, per capire meglio l'attitudine che anima quello che viene definito "hardcore": molto più della "sola" musica.
Chi
Max/Contrasto
Città
Cesena
Contatti
Bandcamp

Intervista a Max/Contrasto

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MUSICA

Intervista a Max/Contrasto
di Pietro Rivasi

Abbiamo chiacchierato con Max, voce della storica e militante band cesenate Contrasto, per capire meglio l'attitudine che anima quello che viene definito "hardcore": molto più della "sola" musica.
Chi
Max/Contrasto
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L’Italia ha una lunga ed importante tradizione legata alla musica hardcore, tu come e quando ti ci sei avvicinato? Ci sono band, persone o luoghi specifici che hanno avuto un ruolo in questo?

Grazie per questo spazio/chiacchierata… condividere esperienze e cercarne un rilancio o una ritraduzione sull’attuale non è mai scontato, tanto quanto il provarci. E credo lo sia ancora meno oggi laddove piattaforme/strumenti e “modalità” con cui ci concediamo punti di vista condivisi risultano (o sono assimilati) più come labili mordi e fuggi, rispetto a fondamentali necessità di relazione/empatia e dunque rilanci sul quotidiano. Detto ciò… eh sì!

Parliamo di hardcore. Una lunga e senza dubbio importante (per chi lo è) tradizione muove l’HC nostrano, e non soltanto perché in questi ultimi anni in tanti hanno sentito la voglia di raccontare/raccontarsi qualcosa che ha coinvolto in svariati modi e maniere tantissime persone e gruppi, contesti di creatività d.i.y., esperienze di occupazione, lotte… una fetta di vita attiva da ben oltre 40 anni. Ma anche e soprattutto perché essenzialmente, nel novero della mia personale esperienza altrettanto lunghetta, quando parliamo di HC sento sia necessario riferirsi, più che a un discorso musicale, a un complesso variegato di bisogni, sguardi, spinte a tutto tondo per cui la definizione giusta diventa attitudine.

O questo è stato e continua ad essere per me. Al di là di un quando e di una serie di dettagli/particolari che l’hanno definito in un passaggio e/o in qualche aneddoto. È una patologia incurabile. Ma una patologia di vita. La musica resta dunque “soltanto” un vettore come tante, tantissime, altre scuse che in qualche maniera possiamo darci nel cercare di vivere o perseguire lo stesso bisogno.

E l’HC è in tal senso passione accanita, fuoco che brucia e continua a bruciarti dentro anche nei giorni di pioggia o nelle notti più lunghe. Quel che stringe ed esplode. Comunque esploda. Che poi vedi, fa parte di una circolarità temporale insita a bisogni ancestrali che ci appartengono molto più di quanto siamo consapevoli. E raccontare, condividere, ritrovarsi a farlo si sovrappone a quel “principio di curiosità” e a quel rilancio dell’immaginario che in ognuno di noi tendenzialmente muove o ha mosso altri rilanci/esperienze dopo aver cercato o condiviso percorsi di interesse precedenti da riproporre in qualche modo in tempi/contesti differenti.

E l’HC vissuto, sudato, lottato è un magma perituro per chi lo sente/vive. Attitudine, dunque.

Da dove parto dopo tutto questo tempo? Dunque… le nostre prime prove/concerti come Contrasto risalgono al ‘96; ci siamo formati da due gruppi che suonavano a Cesena già da metà anni ’80 (i Megarissa: io, Nik e Checco) ed inizio anni ‘90 (i Reazzione, con due z, dove suonavano Stiven, Enrico e Andrea). Poi fondamentalmente dopo i primi due anni di assestamento (e i primi due dischi con questa formazione) abbiamo iniziato un percorso più o meno stabile in cui ci siamo delineati e da allora continuiamo ad essere noi, pur con qualche cambio di formazione fisiologico (del resto i batteristi sono gente strana 😉) e noi abbiamo avuto tre fasi di batteria più o meno lunghe, compresa l’attuale. Nel senso che in questi anni, e attraverso molteplici ed intense esperienze via via condivise (personali e collettive, non soltanto all’interno dei Contrasto, ma anche a livello di collettivi di autogestione in spazi occupati come Al Confino squat) si è costruito e consolidato innanzi tutto un gruppo di amici e compagni, prima che tutto il resto, a prescindere dal fatto che poi qualcuno sia uscito dal gruppo e qualcun altro ne sia subentrato.

E questo credo sia determinante per poi provare a sviluppare, anche attraverso un gruppo hc, un percorso coerente, politicamente credibile, innanzi tutto a noi stessi. Che dirti, poi col tempo succede un po’ di tutto, e capirai quanto sia per me difficile seguire un ordine “temporale- emozionale” in queste poche parole. Contrasto è un po’ tutto ciò che ci sta dentro.

E, sinceramente, già sto facendo fatica a rimanere su un piano puramente empatico, in due righe di una chiacchierata, e a descrivere tutto ciò che da 25 anni ci continua a mantenerci attivi/vivi in tutto questo. Credo che ognuno di noi rappresenti genuinamente ciò che lo ha portato ad essere così com’è, in tutti questi anni, nei contesti in cui si è ritrovato a muoversi, con una miscellanea continua fatta di esperienze, di quotidiano, di interessi, di incroci, di persone, di periodi, di passioni, di scelte, di circostanze, di scazzi, di scoperte… e di tutto quello che ci è cascato dentro.

Qualcuno ci ha chiesto anche perché il nome Contrasto?

Nei primi anni ’90, per qualche anno, nel savonese (se non sbaglio) suonava già un gruppo con quel nome (che non conoscevamo), di cui conobbi il cantante tanti anni dopo ad un nostro concerto al Confino squat. Mah… ci piaceva l’idea di un nome semplice ma al tempo stesso “chiaro”, nella lingua in cui comunichiamo, diretto (anche se un po’ inflazionato forse) e dovendo preparare al volo una locandina per il nostro primo concerto Al Confino squat (in realtà avevamo già suonato qualche pezzo ad un concerto dei Megarissa), sebbene provassimo già da tempo, venne fuori quel nome (avallato con una rapidissima riunione qualche giorno prima mentre il vecchio chitarrista Checco, tra le risate incredule di tutti, spingeva per connotare il gruppo come “Jack the Snake” dal nome di un wrestler americano WWF… e infatti Checco non ha suonato poi così tanto con noi hahahaha 😉).

Quella sera suonammo assieme ai Belli-Cosi, di cui ricordo ancora la bellissima cover dei C.O.V. “Fiume di rabbia in piena”. Ma sul volantino avevano scritto Kontrasto. Con la K. Meglio, in ogni caso, di Jack the snake… Del resto c’era stato un prima fino a quel momento, un prima altrettanto intenso e sotto certi aspetti (inconsapevolmente) formativo.

Nei primi anni novanta scorrazzammo bradi a Megarissa. Non certo come negli anni d’oro del grande Real, ma pure noi ce la cavammo senza grossi danni e frustrazioni. Con quali prospettive? Beh, il tempo non da tempo. Furono gli anni dei concerti nelle feste di partito, quando sciogliendosi il PCI in nuovi democratici e vecchi rifondanti, per noi giovani allodole vagamente sinistroidi aumentavano i palchetti di quartiere. Con qualche consapevolezza in più.

Ricordo l’epica incursione alla tre giorni di raduno della Lega Nord Romagna giù in riviera, quella del Senatur l’Umberto. Che si risolse a pacche (prese) e gran concitazione quando, svelato l’arrembaggio noi che celtici non eravamo, intonammo prepotenti Lega io ti odio parafrasando un vecchio pezzo cult. Incredula la gente ai tavoli, per nulla divertito neanche il servizio d’ordine celhodurista. La risolvemmo, alquanto ingenui, scalpando una bandiera in fuga che poi bruciammo poco dopo sulla strada. Con gran risate.

Furono anche gli anni delle colonie al mare, quelli che amavamo definire in tour. Con gli ampli in spalla e un tot di intraprendenza estiva (o faccia tosta) ci si proponeva a titolo gratuito per tre quattro concerti a settimana ai gruppi adolescenti che, dalle ex repubbliche sovietiche piuttosto che dalla Polonia, dalla Ceca o dai resti della Germania est, trascorrevano due settimane di vacanza a iodio e socialismo nei vecchi casermoni di Cervia e Cesenatico. Suonate inenarrabili quelle sulla battigia, nelle mense o sui piazzali di fronte alla pineta, di cui conservo ancora qualche video.

Poghi violentissimi e nuguli di sabbia sulla pelle sudata, come negli anni dopo ho rivissuto forse solo in qualche gig polacco coi Contrasto. E lunghe chiacchierate-limonate con lettere struggenti che qualche mese dopo partivano/arrivavano da città sconosciute piene di consonanti. Furono gli anni delle demo, delle musicassette. Le vecchie TDK da 60 e da 46, le Maxell, le Olympus. O per spendere meno pure quelle dell’Upim e della Coop che registravamo chissà quante volte. Fieri di un orgoglio pratico e analogico, traducemmo spirito e immaginazione in locandine e manifesti illogici. Per lo più impronunciabili. Con forbici, colla e fotocopie. E tanti pennarelli neri.

Furono gli anni in cui cominciarono a mutare anche i nostri rapporti. Forse ad evolversi, semplicemente. Gli anni dell’università, a Bologna. Quelli delle assemblee nell’aula magna di Zoologia e delle occupazioni in via del Pratello. Quelli del primo TPO, del Livello 57 e della Mensa autogestita.
Quelli coi CCCP e i Massimo Volume di Alessandro. Quelli di Piazza Verdi, dei banchetti di S.R. e del proletariato di ritorno, dopo le Pantere. Quelli degli assembramenti stabili e dei primi cortei. Quelli in cui improvvisamente ti sentivi appartenere a qualcos’altro o a qualcun’altra. Con i Megarissa, e con quel tempo prima, trascinammo inesorabilmente, a ritmo d’onda, la scialuppa a riva. Consapevoli che in qualche modo, forse, si era già detto tutto.

Dopo il concerto ad Urbino nell’anfiteatro-refettorio di Sociologia, l’unico in quasi dieci anni oltre i confini romagnoli, ci ritrovammo ancora assieme per un’ultima suonata. A Borello. Mi pare fosse dicembre del ‘96. Quella sera improvvisammo pure qualche pezzo con il gruppo in cui io e Checco, da qualche mese, provavamo. Sputammo hardcore, dritto e in 4/4. Un tupa tupa semplice, alla vecchia. Finalmente.
In quella stagione maledetta l’Inter di Roy Hodgson aveva perso la finale in Coppa UEFA, quarta negli ultimi sei anni, ai calci di rigore con lo Schalke 04. Rimase di quella nottata amara il corpo a corpo a mani giunte tra capitan Zanetti e mister Roy durante la sostituzione, ai supplementari. Che fosse ormai tempo di cambiare allenatore non c’era più alcun dubbio. Noi, invece, decidemmo di cambiare pure squadra. E nei Contrasto ci avviammo a completare anche la seconda parte degli anni ’90. Quelli fottutamente HC!

Ascoltando i Contrasto e leggendo “Visto per censura” è evidente che per te la musica sia un megafono per diffondere idee e stimoli. C’è qualche episodio che avresti voglia di raccontare legato a questo modo di vedere la musica? Visto che siete un gruppo tutt’ora in attività, credi che rispetto agli anni passati (penso agli anni ’90 in cui prospera la scena straight edge ad esempio) esista ancora una scena che condivide questo modo di vedere la musica, o è più un fenomeno legato a singole realtà, anche a causa di una repressione sempre più dura degli spazi autogestiti che a mio parere hanno sempre offerto un substrato importante per questo tipo di percorsi?

C’è davvero tanto tempo dietro e altrettanti episodi e aneddoti che a volte tornano e condividiamo in viaggio in auto coi Contrasto piuttosto che ad una iniziativa o a fine prove. Credo pure, e ne sono convinto, che il tempo vada riproposto in tal senso, laddove se ne sente l’esigenza o la curiosità, proprio mentre lo si sta vivendo… senza rischiare di perdersi in malinconie (o malinconie) di ritorno che, in certi casi, lasciano soltanto letture statiche dei giorni addietro, ma soprattutto delle “cose addentro”.
Non mi rapporto, diciamo, ad un’idea definita di scena anche se il termine ovviamente lascia intuire una certa espressione che anche attraverso l’HC in questi decenni, così come oggi nonostante tutto, rappresenta necessità e prospettive di persone e contesti territoriali. Penso piuttosto a quanto ritraduce ancora nel termine “politico”.

E politico continua a poter essere tutto quello che trova e sta nell’accezione al quotidiano. Nel desiderio di perseguire soluzioni comuni in merito a bisogni collettivi. Se parliamo di appartenenza ad una scena io ci ritrovo il senso di quanto esprime anche per un gruppo che suona/vive hc una certa propensione/attitudine o linea politica, la vedo semplicemente così. Nella parola è già insita l’intenzione se la parola, vettore e sostanza, diventa lo strumento per agevolare, costruire, organizzare l’esistente. La passione scalda il cuore quando batte come mille cuori sbronzi, quando avvicina la pelle alla pelle, quando trasuda vita.

Ci è stato più volte chiesto se questa attitudine risulta anarchica. Che cosa è anarchia? Forse quello che ancora ostinatamente sfugge alle definizioni più meticolose, alle gesta meno prevedibili o all’ennesima risposta su cos’è l’anarchia. Guardo cinque bambini che hanno gli occhi del mondo e che si rincorrono qui, sul prato davanti a casa. Che scrivono con una pietra sul selciato. Che inciampano e si rialzano entusiasti. Cos’è dunque l’anarchia?

Accennavi che oltre a suonare sei/sei stato impegnato nell’organizzazione di eventi che hanno visto anche la partecipazione di artisti legati al mondo dell’arte urbana, ti va di raccontare qualcosa?

Te la racconto come l’ho raccontata all’amico fraterno Capò che recentemente assieme a Monica di Viterbo ha dato luce ad un bel libro sull’hardcore anni’90 dal titolo “Schegge di rumore”. Ecco quanto.

Quella che qualcuno definì la lunga stagione delle occupazioni romagnole era partita già anni prima con l’Etna3, a Pinarella di Cervia, in un’ex colonia su due piani prossima alla pineta, in piena zona balneare. Poi qualche mese dopo con l’occupazione del Casello squat, ex stabile FFSS in disuso lungo la linea ferroviaria a Lido di Savio, inizialmente a scopo abitativo. Lo stesso collettivo liberò qualche anno dopo anche un vecchio capannone in mezzo alle saline detto Il Borchiello per ripiegare, a sgombero avvenuto, sulla Colonia in località Tagliata. In entrambi i casi furono brevi ma intense occupazioni grazie alle quali fu possibile sperimentare autogestione e pratica di stampo libertario. O per lo meno fu determinante come focolaio per i tanti come me che passo a passo vi si avvicinarono.

Sul finire degli anni ‘90, qua in Romagna, l’unico spazio sopravvissuto e veramente libero da logiche aggreganti istituzionali restava dunque Il Casello. Come a dire, la brezza vien dal mare. E proprio quando pareva che ogni interesse associativo stesse scemando anche a Pontecucco, vinto da un senso d’inerzia godereccia volto all’implosione, successe quello che da una buona semina ti aspetti possa germogliare. Ricordo le prime riunioni con la sala bar che traboccava di presenti. Concitate, a tratti al limite e furenti, come ogni fase di passaggio e di passione poi determina.

Mi presentai timidamente proprio ad una di quelle assemblee in cui a malapena conoscevo neanche un decimo dei coinvolti. In breve tempo tra la fine del ’99 e l’inizio del nuovo millennio, rimboccate le maniche e serrate le fila, motivazioni in fermento e volontà ideologiche sancirono senza ritorno ogni discorso precedente. Nessuna formalizzazione esperienziale con l’amministrazione comunale. Basta deleghe, la vita è nostra. Riflessioni pratiche che mi folgorarono non poco. Non senza un’iniziale talora pirotecnica fase di assestamento che portò anche ad accesi confronti circa l’attitudine concreta cui l’ex scuola elementare dovesse assurgere. Iniziative politiche di lotta e creatività diedero vita, non soltanto sul territorio, ad una realtà che in pochi anni dimostrò di saper crescere compatta. E per tanti, me compreso, Al Confino squat è stato una rincorsa lunga e formativa. Un crocevia foriero di esperienze e relazioni, di cui ricordo ad esempio il recupero di materiale ed i lavori di ristrutturazione.

Le stufe a legna, i cani e le cene bella vita. Quelle con l’assemblea della domenica, a volte in dritto a zombie dopo sabati in battaglia e pomeriggi spesi a ripulire. E l’infoshop, le feste, i benefit ed i progetti condivisi coi casellanti a Cervia e i forlivesi inquieti. Difficile sintetizzare in poche righe una vita che per anni, in buona parte, si è consumata lì a pieni polmoni. Magari verrà un tempo e un modo per raccontarne meglio ed esaustivamente i tratti più essenziali o per ricordarne aneddoti, slanci o gesta memorabili. Di certo c’è che ancora siamo qui a parlarne, a condividerne le tracce. A riconsiderarne il materiale crudo ed in/tangibile che per tanti di noi ha inciso i tratti esistenziali, non soltanto le memorie fragili.

Un passaggio sincero.

Con lo sgombero di Al Confino squat nel maggio del 2008 e l’esperienza decongestionante che portò alla breve occupazione dell’Ex Consorzio fuori Cesena, si chiuse inevitabilmente un percorso cui non volevamo poter credere. Le battaglie lasciano segni. Le ferite, a volte, qualche cicatrice. Poi venne tutto il resto, compresa l’apertura in città del Sole e Baleno a ridosso delle vecchie mura in Porta Santi. Ma questa è la narrazione di un dopo in atto. Quando lo sguardo mi si fissa al soffitto e riaggancia fotogrammi di quel prima a Pontecucco, ancora dopo tanti anni, mi stringe forte un senso di malinconia. Come un ponte sospeso, di quelli tibetani che ho visto solo in tv, tra due ripe ardue e spigolose su una ripida vallata. E mi tornano alla mente alcune frasi lette in qualche opuscolo o forse nel libretto di quel 7” che al luogo del cuore dedicammo, a memoria dei posteri. Recitava circa così: “riuscirei ad immergermi in ogni momento trascorso in quel posto, percepire l’energia vitale che in questi anni lo ha animato, sentire ogni singolo mattone raccontare una storia”.

Sì. Ogni singolo mattone. E questo è quanto non avrei potuto vivere diversamente. Questo è HC.

P.S. Considerato il tema di interesse, la street art, che questo sito coltiva ed esprime nei fantastici propositi che ogni espressione comunicativa può assumere, ti accenno due episodi/aneddoti tra i mille rispetto ai quali mi ci posso agganciare (pur detto che non conosco più di tanto… ma che ad esempio apprezzo come poco altro la potenza che un murales o qualsiasi intervento di arte figurativa può innescare politicamente in un muro pittato/scritto/dipinto dunque finalmente vivo).

1) La serata in cui casualmente inciampai nell’idea Contrasto, in cui conobbi Stiv e gli altri nell’estate di 25 anni fa, fu in un afoso fine agosto all’interno di una sorta di anfiteatro in cemento nei pressi della stazione di Cesena. Concepito per non si bene quale scopo, spesso dolce rifugio di tossici eroinomani, quella sera accoglieva un nugolo di ragazzini dalle creste colorate che, messo in piedi un concerto con quattro ampli e tanta voglia, ribadiva la necessità di dare vita a quegli spazi che in città rappresentavano tutt’altro. Organizzare quel concerto, avvicinarsi a quel concerto, traeva radice anche da chi, negli anni prima, aveva cominciato a dare nuove forme e colori con qualche bomboletta… esprimendo in quel contesto un identico bisogno.

Bombolette, scarpe alte e abiti xl (raffazzonati) e prime posse. Rabbia e posse.

2) Tra le mille iniziative che organizzammo come collettivo durante la lunga occupazione di Al Confino, ci fu una due giorni letteralmente epica… la Due Giorni, appunto. Mentre il venerdì si svolgeva a Pontecucco, per il sabato occupammo la struttura di una vecchia discoteca chiamata Woodpecker, concepita/inaugurata dall’architetto Monti nel ‘68 e abbandonata a metà anni ’70 credo, tra gli acquitrini cervesi nei pressi di Milano Marittima. Semplicemente La Cupola, per noi, in quell’occasione che vide non saprei dirti quante persone confluire/vivere quell’iniziativa/concerto, ricevette gli onori grafici di Blu che dal giorno prima fino alla notte che precedette il concerto, dipinse a suo modo il senso politico di quell’occupazione.

Oggi (banalmente) dopo decenni di abbandono e qualche iniziativa che, come la nostra, ribadiva attraverso la condivisione di uno spazio in decadenza l’importanza di riproporre una dimensione vitale/progettuale al di fuori da certi clichets, il “sito” è stato attenzionato sia per questioni architettoniche sia per ciò che resta su quelle pareti interne così particolari dell’intervento artistico di Blu.

Dimenticando o ovviando il fatto che lo stesso Blu, in linea con la propensione di sostanza data a quella come ad altre iniziative, non avrebbe mai dipinto quei murales (né immagino lo avremmo coinvolto come compagno) se mai ci avesse sfiorato l’idea che un giorno, 10-15 anni dopo, qualcuno (con tanta malizia e poca stima) ci avrebbe posato questo tipo di attenzione.

3) Potrei davvero raccontartene 200 e con maggior dovizia di dettaglio… ma la tastiera dopo un po’ svilisce l’intenzione. In tutti questi anni, anche per amicizia personale e intenti condivisi, più volte mi è capitato di rimanere basito dalla forza evocativa del getto grafico che puntualmente, compagni seri e generosi, hanno pittato sui muri di tante città in occasioni/condizioni/contesti politicamente rilevanti. Penso ad una crew militante di Milano, ad esempio, i Wolks Writerz in cui il significato prepotente, che ha l’HC, e la sua fondamentale attitudine di vita si fondono meravigliosamente tra graffiti e bombolette… quando i muri urlano al/per il popolo.

Max/Contrasto