Intervista agli Impact, Ferrara
di Piter Pvnk e Arianna Agati
Conversazione tra Urbaner (Piter Pvnk & Arianna Agati) e Janz (chitarra, fondatore), Manto (basso/voce, membro dall’87) e Giò (batteria, dal ’94) degli Impact, storico gruppo hardcore punk di Ferrara fondato nel 1980.
Nota: Questa intervista è nata nel corso di una chiacchierata informale con la band: date e piccoli dettagli potrebbero quindi risentire del tempo trascorso, trattandosi di ricordi risalenti a quasi quarant’anni fa.
Prima di tutto: presentatevi
J: Io sono Janz, chitarrista degli Impact – tra i fondatori insieme a Gigo e Aiace. In seguito ci sono stati molti cambi di line up. Siamo partiti con questa formazione, in 4, per un paio di anni. Poi Aiace, che era un punk più vecchio di noi di 6 anni che in quella fase erano una differenza d’età importante, se ne è andato e abbiamo trovato un altro cantante, Infa.
Inizialmente facevamo punk veloce, poi abbiamo iniziato a fare cose più hardcore.
M: Io sono Manto. Ho fatto parte di qualche formazione qua e là degli Impact a partire dall’87. Ho suonato inizialmente il basso e poi alla fine, negli ultimi concerti, alla voce.
G: E io Giò, un paio di presenze negli Impact, tra cui una importantissima, che è stata l’ultima, il concerto di “chiusura” nel 2024.
Com’è nata la band?
J: Ci siamo intrippati singolarmente col punk – inizialmente per l’estetica, i capelli un po’ sporchi e le magliette strappate, le prime cose che vedevi in giro come i Sex Pistols o i Ramones. È stato amore. Ci siamo conosciuti, avevamo questa cosa in comune e per scherzo abbiamo cominciato a provare io e un mio amico, era il ’79, con una batteria di cartone. Non sapevamo suonare – io alla chitarra, l’altro alla voce e batteria di cartone che non sapeva neanche andare a tempo, faceva a cazzo di cane. Abbiamo fatto un pezzo e basta.
Poi ho conosciuto Gigo, Aiace e gli altri. Avevamo chitarre elettriche, un basso…
Cosa vi ha fatto dire “facciamo una band”?
J: Un po’ la noia, no? Star fuori a fare sempre le solite robe. Ti trovavi con la cumpa sugli scalini di una chiesa, fumavi, facevi delle cazzate, poi andavi a letto e il giorno dopo uguale.
Il fratello di Gigo, che aveva un gruppo che suonava blues, aveva una sala prove. Andavamo li a vedere e ogni tanto ci chiedevano se volevamo provare… e alla fine ci ha mollato lì con gli strumenti quando non c’erano loro – noi andavamo lì anche perché in inverno fuori faceva un fred da porc! Stavi meglio in sala prove e ci passavi le ore.
M: E al piano di sopra c’erano i genitori di Gigo che rompevano il cazzo perché la sala non era insonorizzata – quella è la cosa comune a tanti gruppi. Non avevamo pensato di fare la band per fare i concerti, inizialmente si suonava così tanto per fare. Ci aiutavamo fra noi e basta, i pezzi uscivano un po’ così…
Avevate una formazione musicale?
J: Nessuna… Io ero più scarso di mio fratello, Bistek, ma avevo una chitarra e quindi sono diventato il chitarrista. I ruoli sono stati casuali. Abbiamo imparato lì, in sala prove da Gigo, pian piano, con dei pezzi molto semplici, tipo Ramones. Avevamo 16 anni, a parte Aiace che ne aveva… 23 forse.. ed era l’unico con la macchina e ci scarrozzava in giro.
Il primo concerto?
J: 12 giugno 1981. Un concorso da parrocchia alla Sacra Famiglia in via Bologna – noi, un gruppo punk. Aiace aveva l’elmetto da prussiano…
M: Abbiamo rovinato la serata delle famiglie, praticamente.
J: Era gente normalissima, capito? A parte i nostri amici, lì ci sputavano – e sputarti addosso voleva dire che eri bravo, era il massimo del consenso.
Insomma vi sbattevate voi, non guadagnavate soldi ed era il bello dello spirito DIY. Come facevate per i concerti?
J: Sì sì… qualsiasi cosa… a momenti ci facevamo da soli anche gli strumenti! Quando andavo a suonare avevo la chitarra senza custodia, me la portavo in giro a cazzo di cane, non aveva neanche la tracolla. Il basso te lo facevi prestare, la batteria pure. Giravi in autostop con gli strumenti. Non si poteva ma si poteva… Era normalissimo. Ci siamo andati pure in Spagna in autostop.
Una volta era più facile, oggi se chiedi in prestito una chitarra magari il tipo l’ha pagata 2k…
Anche adesso io non ho una testata del basso, devo sempre scroccarla, capisci? Siamo ancora messi un po’ così.
M: Certe cose è giusto che rimangano come sono sempre state… io non sono d’accordo che il passato è passato, il passato è importantissimo, se sono così è per il mio passato e mi piace ricordarlo. E non perché adesso mi vada particolarmente di merda.
Quando vedo certe foto, è come vedere un bel film.
J: Abbiamo anche amici che rinnegano tutto quello che è stato, Infa ad esempio rinnega tutto… ed era il nostro cantante. Noi invece non siamo cambiati molto.
M: A livello musicale qui a Ferrara, non per fare il ruffiano, la scena è molto florida e ci sono i ragazzi del Ferrara Hard Core, ci sono quei 4-5 gruppi che spaccano il culo, tutti partiti a livello medio-alto. Sono amici che ammiro, fanno cose che mi piacciono, li vado a vedere, ma musicalmente non è il mio, non mi ci riconosco. Quelli con cui ho più attinenza sono gli Usta e i Contagio. Gente con cui andrei anche a suonare senza sentirmi a disagio perché non uso la chitarra accordata in un certo modo… Per me il discorso dell’accordatura originale è un must, se avessi un altro gruppo punk hardcore esigerei quella roba li. Già lui (il batterista) in 5 album ha messo 4 secondi di doppia cassa a e me è stato sul culo, capisci!? Sono un po’ un talebano su quelle robe li.
J: Un po’ tutti noi siamo legati alle vecchie sonorità punk/hc anni ’80. Robe nuove ok, qualcosa piace ovviamente, ma alla fine torniamo sempre a quel periodo.
M: Ci piacciono i gruppi che suonano vecchio.
G: Io lo vedo quando facciamo le prove. Janz con un ampli e una chitarra riesce a fare 6 suoni diversi quando facciamo delle cover: i suoni dei Pistols, degli Scream, dei Damned… e l’abbiamo riscontrato più di una volta. È l’anima della persona che suona che fa tanto del tipo di musica.
M: Negli anni ’80 c’erano 8-9 gruppi hardcore italiani e ognuno aveva la propria peculiarità. Oggi senti un concerto con i soliti gruppi che suonano e dall’inizio alla fine sembra di sentire la stessa nota, sembrano fatti un po’ con lo stampino. Gli Upset Noise li sentivi subito, gli Impact li sentivi subito, i Negazione non se ne parla. C’era quel graffio… Oggi è diventato tutto più sterile.
J: Nascendo isolati non sapevi come suonavano gli altri, ti creavi il tuo suono, a caso, e poi te lo portavi dietro. Per forza eri diverso. Adesso tanti i gruppi hanno la stessa sala prove, ascoltano gli stessi gruppi… facile avere risultati molto simili.
Come avete trovato i primi concerti seri?
J: Siamo andati una volta a Bologna a comprare dei dischi e davanti al Disco d’Oro c’era una mossa pazzesca. Abbiamo cominciato a conoscere gente della scena. Avevamo registrato una cassetta – non sapevamo neanche si facessero i demo. L’abbiamo fatta sentire dalla radio della macchina ad alcuni amici. "Belli, belli, belli" – così abbiamo trovato contatti per fare concerti.
M: Poi ci siamo spostati a Milano perché c’era più mossa. Il Virus, le case occupate, concerti organizzati dai punk in posti strani, spesso non autorizzati.
J: Ci piaceva molto ‘sta storia. Situazioni molto precarie. Non ci siamo mai trovati in gran casini con la pula però. La gente accettava queste situazioni. Poi gli anni ’80 erano molto diversi, tanti i tossici in giro…
La polizia vi rompeva?
J: Sì e no. Ci prendevano per tossici, però non lo eravamo. Quando ti fermavano 30 volte al giorno, sempre gli stessi, dopo un po’ ti chiamavano per nome. Poi arrivavano nuovi agenti e ricominciava la solfa.
Voi siete stati il primo gruppo della zona?
J: Ricordo che a Poggio Renatico, in provincia, esistevano gli Apeiron Overdose, anche se credo di non averli mai sentiti.
E a Stienta i Disarmo Totale. Loro erano isolati da matti, ci siamo conosciuti e siamo diventati amici, venivano sempre da noi. Quando si sono sciolti Diego, il loro bassista/cantante, è venuto a suonare il basso con noi.
Come funzionavano le registrazioni?
J: Il primo 7” è stato registrato in un pomeriggio a Bologna. 150.000 lire, che erano tantissime per noi… 7 pezzi, tutto mega distorto – volevamo la distorsione a manetta. L’abbiamo registrato da un tipo che aveva un mixer e ci avevano consigliato, ma gli stavamo sul cazzo da matti, non vedeva l’ora di mollarci.
M: Era un fricchettone, ti guardava tipo "questi comunisti”…
J: Il secondo disco, Solo Odio, quello più bello, con Bistek alla voce, l’abbiamo registrato a Bari a fine dicembre dell’84, andando in treno senza biglietto. Lo studio era in mezzo alla campagna. Il tipo la sera ci chiudeva dentro e la mattina sul tardi tornava. Noi stavamo sempre lì, non uscivamo mai. A volte lui arrivava, a volte no. Isolati totalmente, tipo per una settimana. Non avevamo neanche un telefono… ma ci ha tirato fuori dei bei suoni, per puro caso. Quel disco è uscito il top!
M: Abbiamo fatto anche il concerto a Capodanno lì, dopodiché ci siamo dovuti barricare nel locale.
J: Siamo restati dentro al locale per ore perché fuori a Bari c’era il bombardamento – petardi, bombe, casino, sembrava Beirut. Ma il disco è venuto bene. Come succedeva allora: non sapevano registrare, però casualmente uscivano suoni che rimanevano i tuoi e solo tuoi.
Solo Odio ce lo hanno stampato i Wretched per la loro etichetta Chaos Prod., perché eravamo grandi amici. A quei tempi a Milano c’era una bella scena, anche se poi si è infighettita.
M: A Milano la scena cambiava rapidamente, mentre qui le cose stagnavano. Per 3 o 4 anni è stato tutto magico, non saprei dirti un difetto che fosse uno, era una roba nuova molto potente. All’inizio quando ho vissuto anche io la vecchia Milano era tutto bello, poi è degradata. Sono andati su in modo mostruoso, a fare cose molto più importanti e gruppi che spaccavano il culo dopo un anno sparivano. Poi c’è stato l’avvento del metal prima e dell’hip hop dopo. La situazione si è quindi poi sfaldata, forse a causa delle troppe contaminazioni.
Oggi vedo molti gruppi che nascono con l’idea di fare soldi, come i giovani calciatori, all’epoca no. Penso di aver suonato 20 anni e avrò tirato su 70 mila lire. Non ti davano neanche le birre. La musica l’ho sempre amata e ascoltando Radio Sherwood nell’84 ho sentito gli Impact di Ferrara. Un amico li conosceva e così col passaparola sono finalmente riuscito a vederli insieme ai Negazione, Upset noise e Wretched, tutti insieme la stessa sera.
Per primi hanno suonato i Wretched, che non erano conosciuti per la tecnica, ma l’impatto è stato fortissimo e ho pensato “io voglio fare questo!”.
Ero un “fan” e poi sono andato a suonare con loro.
J: Era bello perché quando c’era un concerto ci si muoveva tutti, in macchina o in treno, ci si spostava in massa. C’era sempre gente.
I tour fuori dall’Italia: come funzionavano?
J: Belli, ma pagati un cazzo. A differenza di quello che capita oggi, organizzati con l’agenzia, coi posti da dormire, una volta partivi anche in autostop e non sapevi dove stavi andando, davvero. Abbiamo cominciato con la Spagna perché il nostro cantante aveva disertato era dovuto scappare dall’Italia, e noi a gruppetti di due in autostop lo abbiamo raggiunto.
Io ero il più ricco perché lavoravo e quando ho detto a mio padre che stavo andando in Spagna mi ha dato circa 200.000 lire. Gigo invece è partito con solo 10.000 lire.
Siamo arrivati là che gli altri avevano già finito tutti i soldi e appena arrivato sono subito finiti anche i miei (tra sigarette e cibo per tutti). Da lì, siamo rimasti un mese e mezzo senza soldi.
Facevamo ogni giorno la questua sulla Rambla, mangiavamo un panino al giorno quando riuscivamo. A Barcellona siamo riusciti a fare un unico concerto – il posto era enorme e bello pieno, solo che sotto il palco si sono ammazzati a bottigliate. Una rissa della Madonna.
Da lì ci hanno passato un contatto per andare nei Paesi Baschi a suonare. Sempre in autostop, io e Michele (il cantante dell’epoca) ci abbiamo messo 3 giorni ad arrivare.
Ci ha ospitato un tipo mega tossico che litigava di continuo con la sua donna. Quando non scopavano, litigavano! E noi chiusi nella stanza a fianco che sentivamo tutto.
Nei Paesi Baschi abbiamo suonato in un piccolo parco in centro. Non ci hanno pagato ovviamente.
M: E poi dall’85 circa è cominciata la storia con Amsterdam.
J: Sì, lì ci avevano proprio richiesto gli olandesi. Abbiamo fatto una serie di concerti con i BGK, gli Scream e altri gruppi del posto che non ricordo. Poi qualcosa in Belgio, in Germania…
M: Poi quando siete andati in Olanda la seconda volta avete visto i Negazione che stavano registrando Lo spirito continua…
J: Non ricordo bene ma sì, di sicuro li abbiamo incontrati.
I centri sociali: che ricordo avete?
G: Il Pecora Nera, di Verona, era uno dei centri sociali più incredibili che io abbia mai visto. Non si chiamava neanche centro sociale ma "Centro di Documentazione Anarchica". Avevano una sala concerti bellissima e di sopra una sala con una serie di documenti: fascicoli sulle lotte, le occupazioni. Sembrava di entrare nei dossier del KGB. Mai visto una cosa organizzata in quel modo. Li mi sono fatto praticamente il regalo del diabete, non bevevo birra, solo Coca… e quella sera ne avrò bevute 8, ho portato a casa tutti probabilmente con la glicemia a 1600… non so come ho fatto.
M: Poi c’era il Gramigna di Padova, il mega Spanta Collasso di Padova – bellissimo quel concerto.
J: E ovviamente i 2 csa che abbiamo avuto a Ferrara per qualche anno a partire dal 1983.
Altri gruppi di altre scene invece?
J: Quelle che hanno attecchito di più in Italia a quei tempi sono state le mode inglesi, i Mod e i Punk. Non c’erano grandi attriti qua ma, sai, Ferrara è piccola adesso, figurati allora… A un certo punto alcuni si sono messi in testa di fare i Mod come in Quadrophrenia e volevano picchiare i punk!
M: Poi conosci uno di loro, lui conosce l’altro… e quelli che adesso sono gli Strike, i ragazzi del collettivo Blue Boat, oggi sono tutti nostri amici, sono mega tranquilli. Eravamo vicini come posti di ritrovo – loro sotto la gradinata e noi sotto la curva ovest dello stadio, ma non ci cagavamo più di tanto, non è mai successo un cazzo lì.
J: È capitato invece che, quando non avevamo un posto e ci trovavamo ai giardini della Standa, arrivassero orde di Mod in macchina o in vespa e cercassero la rissa. Però alla fine non è mai successo niente di catastrofico.
E stando sempre li dallo stadio, con gli Ultras avevate qualche rapporto?
J: Sì, non direttamente legato al calcio ma molti di loro erano anche nostri amici già da prima. E’ diventata una frequentazione che è maturata quando è scemato un po’ il discorso del punk, con le nuove generazioni.
M: i vecchi ragazzi che facevano parte del centro sociale e suonavano con gli Impact, come Gigo e Janz, non avevano niente a che fare con lo stadio. Le nuove generazioni come me, Pedro, Mirko e Orso hanno abbracciato subito il discorso dello stadio invece, anche perché quelli della curva erano tutti nostri amici. Quindi abbiamo fatto una pezza in curva che è anche durata tanti anni e ci portavano rispetto. Abbiamo anche fatto una squadra di calcio.
All’epoca c’erano tanti compagni ma anche dei fascistelli; noi eravamo in 7 uno più imbecille dell’altro, e pur avendo messo una A cerchiata nella nostra pezza, non ci hanno mai dato problemi.
Dei graffiti e dell’avvento dell’hip hop cosa potete raccontarci?
J: Facevamo una sorta di stencil col cartone – lo tagliavi, lo spruzzavi e ciao. Ce n’è ancora uno in via della Luna, dietro l’hotel. E uno vicino al mercato – l’ho visto tre settimane fa, ancora c’è… E un paio nel cortile dei miei! Come grafiche usavamo le nostre per i dischi o i concerti.
M: I writers sono venuti fuori dopo, per cui all’epoca non c’era nessuno che si cimentasse così come tipo di arte. È stato dopo, quando si sono incrociate un po’ le fazioni del post punk che hanno abbracciato anche il discorso dell’hip hop, come gli Isola Posse.
J: Con una bomboletta in mano, scrivevamo quello che ci pareva tipo “Impact” o “Polizia di merda” e ciao…
Andavamo spesso all’Isola nel Kantiere dove c’erano sempre concerti bellissimi, e c’era gente con pantaloni enormi, c’era già l’Isola Posse. C’erano 2 masse di gente che non si parlavano granché: i punk e poi questi qua…
A posteriori qualcuno dice che sia stata una bella cosa ma per me ha sputtanato tutto. Ho preferito la contaminazione del metal, del thrash, che almeno aveva le chitarre elettriche e pestava.
M: Io ho sempre ascoltato un po’ di tutto anche all’epoca, roba come i Public Enemy, per il piacere della musica e sicuramente c’erano cose molto distanti dalle nostre che potevano intrippare musicalmente, ma le nostre musiche erano davvero troppo diverse e non potevano collimare… e così anche la mentalità.
J: Neffa ha suonato con noi per un paio di anni, ma era ancora “normale”, diciamo, pre-Negazione… si faceva chiamare Jeff.
I vostri dischi erano autoprodotti?
J: L’etica DIY era la base. Coi dischi siamo stati abbastanza fortunati: noi pagavamo solo la registrazione ma abbiamo sempre trovato qualcuno che ce li produceva. Li pagava di tasca sua e ce ne dava una piccola parte. Il primo 7” era prezzato a 1.000 lire, il primo LP a 4.000 lire. E non esistevano etichette grosse, era tutto autoprodotto all’interno della scena.
Il primo è uno split ep con gli Eu’s Arse, il secondo ce l’hanno stampato i Wretched ed il terzo i Kina.
Perché i testi in italiano?
J: Beh, intanto perché non sapevamo l’inglese… e perché l’inglese non era ben visto tra i gruppi punk italiani. Se cantavi in inglese voleva dire che te la tiravi. Doveva essere un messaggio comprensibile, anche se urlavi e non si capiva un cazzo, il testo doveva essere compreso. I testi erano sempre inclusi nei dischi, una regola non scritta ma tutti lo facevano. E ai concerti spesso distribuivamo anche volantini coi testi, per farti capire quanto ci tenessimo.
I testi poi erano “politicizzati”, o meglio, consapevoli.
J: Di protesta, sempre.
M: Ed era la prima volta che succedeva in Italia. Negli anni ’60-’70 c’erano i gruppi rivoluzionari, gli Area però lo facevano in maniera filosofica. mentre una roba così diretta è nata lì.
Le istituzioni, di fronte a fenomeni così, che per i primi anni sono stati poco cagati, poi hanno iniziati a rompere i coglioni..
J: Perché stava diventando una cosa troppo grossa. Anche perché poi hanno iniziato ad aprire i centri sociali, i posti fissi per aggregazione mirata.
M: Ne erano consapevoli, i poteri forti ti controllavano come cazzo volevano. La roba verbale era molto pesante. Ci vorrebbe veramente uno spirito del genere con della gente incazzereccia al giorno d’oggi.
Quel fenomeno lì è stato molto più “cruento” dell’hip hop. Che a me ha dato fastidio a livello musicale ma riconosco essere arrivato in un momento giusto, è stata una fase che doveva esserci.
Però l’attacco dell’hip hop era molto più fievole, era più musicale, sembrava che dovesse fare emergere la melodia, mentre il punk era una roba diretta, c’erano offese fatte con chitarra e batteria, la rabbia… In Italia è durata poco, 4/5 anni in tutto. Ancora oggi c’è gente che suona hardcore ma quella roba lì è finita.
Adesso anche i fasci ascoltano l’hardcore, alcuni lo suonano anche…
Per assurdo le serate hardcore sono anche un sinonimo di serate tranquille per chi organizza le cose nei centri sociali, rispetto alle serata hip hop e techno che portano gente con attitudine molto diversa..
J: Sopratutto droga…
M: un altro discorso, che non so se c’entra, ma all’epoca si guardava molto al tema della droga. L’immagine degli Impact era antidroga, avevamo una grafica con una siringa rotta, per dire.
J: Lo cantavamo nei testi e quindi eravamo coerenti. Non è che certi gruppi non avessero il tossico dentro, anzi, alcuni sono andati avanti solo per quello. Ma noi abbiamo cercato di essere coerenti. Ai tempi fumavano tutti, il fumo te lo tiravano dietro, ma sopratutto erano anni con tantissima eroina, tanti morti. Una vera piaga. La polizia fermava chiunque avesse un estetica fuori dalla norma.
M: I tossici oggi non li fermano neanche più. Una volta ti fermavano anche solo perché avevi i pantaloni rotti o eri un po’ strano. Poi ci conoscevano tutti per nome ormai.
Chi faceva i materiali grafici?
J: Le copertine le abbiamo sempre fatte noi, anche di un demo live dell’82 in piazza. Gigo era molto bravo a disegnare e ogni tanto sparava fuori qualcosa. Avevamo fatto una maglietta bianca con una specie di mostro che trascinava un poliziotto morto.
M: Gigo era appassionato di guerrieri punk post-nucleari: pelati, magri e aveva fatto questo disegno bellissimo con un carabiniere morto.
J: Esatto. Il problema è che quando ti fermavano con quella addosso erano problemi.
Quante formazioni avete avuto?
J: Inizialmente eravamo in quattro: io, Gigo, Bistek e Aiace. Siamo rimasti così un paio d’anni. Poi qualcuno ha mollato, abbiamo preso un cantante più giovane, Infa. Aiace sembrava vecchio per noi, quando sei piccolo i grandi sono troppo grandi, specie nel modo di ragionare. Poi è entrato Diego al basso, nell’84. Veniva dal Disarmo Totale di Stienta ed era già bravissimo a suonare.
G: Quando hai quella mentalità lì e ti rispecchi ancora nel modo un cui facevi le cose 30 anni prima… Io sono arrivato da Arezzo a Ferrara nel ’93. Seguivo più il metal, avevo influenze rock, e ho scoperto il punk con loro. Mi sono stati presentati da un’amica della mia ex fidanzata perché sapeva che suonavo.
Non conoscevo per niente le loro cose. Ci siamo trovati una sera, abbiamo parlato e ho detto "proviamo, vediamo". Ho preso una direzione completamente diversa. Ho cominciato ad ascoltarmi la loro vecchia roba e quando ho detto ai ragazzi di Arezzo con cui suonavo che avevo cominciato a suonare con gli Impact non ci credevano: "Gli Impact?!”. Per loro erano una delle band storiche. Io non conoscevo un cazzo.
M: E quando sei entrato io sono passato dal basso alla voce e per un po’ ti ho odiato, ti ricordi? Poi è venuto a cantare Magi, quindi io sono dovuto passare al basso. Ho bestemmiato come un puttanosauro per due giorni.
M: Ma poi ti è passato subito.
G: Immediatamente. Anzi, ti è servito per quello che fai oggi.
Oggi invece che progetti avete?
J: Mah un po’ come una volta, principalmente nessuna pretesa. Col nuovo gruppo, i Riot Squad, abbiamo ormai una 70ina di pezzi ma non abbiamo mai fatto un disco, e probabilmente mai lo faremo perché costa un sacco di soldi. E forse non servirebbe a niente, perché ormai ne escono tantissimi. Suoniamo per divertimento e quando capita qualche concerto in una situazione buona ci tuffiamo.
G: Adesso è una sfida personale, di resistenza, vista l’età – bisogna metterci anche quello. E poi la soddisfazione di fare cose che sono effettivamente un po’ fuori dagli schemi. Come si suol dire, suoniamo “alla vecchia”, siamo rimasti con lo spirito di 30 anni fa. Nessuno di noi si è mai sentito una superstar, il più delle volte ci piace aprire i concerti per gli altri.
Suoniamo per la soddisfazione di suonare quello che ci pare, e principalmente lo facciamo per noi, egoisticamente..
J: L’età non conta un cazzo, ‘sta storia ce l’hai talmente dentro che puoi continuare finché non muori.
La seconda parte dell’intervista presto su Fenzin
