MUSICA

Intervista a Dj Brunito (Pizzico records, Strata-Gemma)
di Pietro Rivasi

Credo che Brunito, al secolo Niccolò Bruni, possa essere a buon titolo definito una figura trasversale. Negli anni ha frequentato e amato ambienti anche molto distanti tra loro spinto da una infinita passione per la musica. Abbiamo fatto una chiacchierata cercando di ricostruire il suo ormai trentennale percorso.

Intervista a Dj Brunito (Pizzico records, Strata-Gemma)

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MUSICA

Intervista a Dj Brunito (Pizzico records, Strata-Gemma)
di Pietro Rivasi

Credo che Brunito, al secolo Niccolò Bruni, possa essere a buon titolo definito una figura trasversale. Negli anni ha frequentato e amato ambienti anche molto distanti tra loro spinto da una infinita passione per la musica. Abbiamo fatto una chiacchierata cercando di ricostruire il suo ormai trentennale percorso.

 

Ci siamo conosciuti grazie ad amici di amici e ai pomeriggi in skate in via Udine; erano i primi anni ’90 e la musica che accompagnava i trick era principalmente punk/hardcore. Come sei arrivato a fare quello che fai oggi?

Per parlare del mio percorso partirei esattamente dal 1990 che ha rappresentato un vero anno di svolta essendo entrato a far parte di una compagnia numerosa, quell’archetipo di cumpa che, tanto per essere à la mode, anche Max Pezzali descrive nelle sue canzoni dozzinali.
Parliamo di un crogiolo di persone di ogni età ed estrazione sociale: io ad esempio avevo tredici anni ma c’era chi aveva già la patente. La musica era già ampio argomento di confronto e discussione: i fighetti smerciavano cassette di house, la falange alternativa di cui facevo parte era invece infatuata più dal mondo hip hop di cui scorgevo qualche frammento sulle tv locali o sulle compiante Videomusic o Deejay Television (ricordo in particolare folgoranti video di Hey Ladies dei Beastie Boys o Don’t believe the Hype dei Public Enemy).

Brunito, seconda metà degli anni '80
Brunito, seconda metà degli anni ’80, festa di carnevale scuole elementari Buon Pastore. Courtesy of Brunito
Disegno di Brunito, inizio anni '90. Courtesy of Brunito
Disegno di Brunito, inizio anni ’90. Courtesy of Brunito

Negli anni precedenti, come tutti i cinni dell’epoca, ero un ibrido, un perfetto esempio di monello post moderno: mi affascinavano contemporaneamente le sottoculture dei paninari e dei dark, non essendomi ancora del tutto chiara la distinzione tra le due cose. Mi affascinava anche il punk e la sua estetica quindi, magari a carnevale alle scuole elementari, mi vestivo con le borchie e l’adesivo della Timberland. Se ci pensi, i giovani d’oggi, ma magari anche le persone più adulte, fanno più o meno la stessa cosa: nella società globale e liquida di oggi è prassi comune mischiare le carte, spesso anche senza cognizione.
In compagnia poi è arrivato l’Heavy Metal che si mescolava con gli stilemi Hip Hop perché i Run Dmc e gli Aerosmith avevano già ampiamente sdoganato la cosa con il brano “Walk This Way” (poi anche gli Anthrax con i Public Enemy con il brano “Bring the Noise” in epoca più recente).
A dare il colpo di grazia lo Skateboard: oggi addirittura disciplina olimpionica, ma allora ennesima divisa “Punk” a suggellare la nostra esclusione dai canoni e dalla società “per bene”.

 

Scritte che rivendicano una appartenenza – muri di via Porta, Modena, circa 1990. Courtesy of Brunito

Difatti noi eravamo un po’ i “diversi della cumpa” ma nella diversità trovavamo il nostro humus per coltivare già degli interessi artistici ed estetici. Lo skateboard mi ha fatto incontrare tantissima gente, alcuni già davvero bravi: io ero più il classico rider che amava trovare nuovi spot e girare per zone sconosciute del quartiere, come la mitica via Udine che hai menzionato, dove avevamo costruito una rampa di legno per skateare e che un signore, esausto per le nostre performance, ci aveva completamente distrutto a colpi di accetta (risate, ndr). Ci piaceva tappezzare le tavole, che all’epoca erano enormi rispetto a quelle di oggi, con gli adesivi acquistati al Letteraf di viale Amedola, negozio per noi iconico: ci potevi trovare stickers truci di teschi fiammeggianti, ma anche di discoteche come il Cosmic e anche il mitico “Vagabond”: l’effigie dell’hippy di spalle con la chitarra a tracolla; ne ho giusto acquistato uno di recente su ebay e l’ho incollato sulla macchina, giuro. (Ancora risate, ndr).

Io possedevo la tavola di Jason Jesse, la prima, quella col Nettuno gigante stampato. Anche se ci sentivamo “esclusivi” in un certo qual modo esistevano tanti ragazzi come noi che raidavano per le vie della città ma noi ce ne rendevamo conto relativamente, anche perché il concetto di distanza era ben diverso all’epoca: passare da un quartiere all’altro era in pratica come cambiare città. Ma esisteva una realtà commerciale ben precisa, un polo gravitazionale che radunava tutte le local brigades di allora, ed era l’incredibile negozio ON THE BEACH.

 

Adesivo Actin Now - fine anni '80. Courtesy of Brunito
Adesivo Action Now – fine anni ’80. Courtesy of Brunito
Skating in via Mestre, primi anni ’90, Modena. Foto courtesy of Brunito

 

Quando ci entravi sembrava di essere in California, o nel negozio di surf del film “Un Mercoledì da Leoni”: c’erano tutti gli skater che si assemblavano le tavole, c’erano tutti gli accessori e un gran giro di persone. Solo allora ti rendevi conto che a Modena esisteva una scena di skate e di persone che ascoltavano la tua stessa musica e coltivavano i tuoi stessi interessi.
La figata, a pensarci oggi, è che non era una roba comunicata: era un movimento spontaneo che esisteva a prescindere da quello che ti diceva la gente comune, da quello che vedevi sui giornali o normalmente in televisione. Entrare a far parte di un movimento, quando magari pensavi di essere un po’ isolato e circoscritto, e trovare invece altre persone affini ti incentivava a proseguire in quella direzione.

Gli anni d’oro dello skate per quelli della nostra generazione sono ben rappresentati da una VHS diventata di culto, il Poor Video: una autorpoduzione molto rustica che fornisce un accurato panorama della scena modenese dell’epoca… ed ha una colonna sonora ancora oggi piuttosto interessante!

Copertina del The Poor Video. Courtesy of Brunito
Copertina del The Poor Video. Courtesy of Brunito

 

Chissà, oggi magari la stessa cosa capita digitalmente ai cosplayer (risate, ndr).
Non credo che On the Beach abbia aperto perché la richiesta fosse enorme, oggi si ragionerebbe così: apri un’attività tipo Decathlon perché c’è una richiesta fortissima di roba sportiva a basso costo.
All’epoca invece noi iniziammo a interessarci a una disciplina che pensavamo non facesse nessuno, a parte noi e altri cinque freak, mentre c’erano già un negozio ed una scena presenti in città da anni!

 

La borsina dell'Marrakech - Archivio Stefano Rivasi
La borsina dell’Marrakech – Archivio Stefano Rivasi

Stesso concetto per il negozio Marrakech Music di via Luosi che per me ha rappresentato lo step successivo. Ricordo quando andai a cercare una musicassetta (non ricordo di che gruppo) con mia madre: entrai e trovai questa situazione bizzarra di borchie, bracciali, catene, croci, un immaginario anche truce ma parecchio affascinante, mi sentivo molto attirato da questa atmosfera ambigua, scura e provocatoria.
Il Metal come genere musicale è stato un vero cavallo di Troia per tutte queste contaminazioni: Punk, Post Punk, Industrial, Dark, Hardcore.

 

Saracinesca con la "M" dell'ultimo periodo del Marrakesh music - Courtesy of Google Street View
Saracinesca con la “M” dell’ultimo periodo del Marrakesh music – Courtesy of Google Street View

Tutto veniva assimilato di più e valutato anche diversamente perché la velocità a cui viaggiava il mondo era diversa: un disco uscito nel 1984 risultava ”contemporaneo” anche nel 1990 e così si aveva modo di crearsi un background musicale coerente e il meno frammentato possibile. Non che ce ne rendessimo conto all’epoca, ma me ne rendo conto oggi.
Le discussioni musicali in compagnia erano qualcosa di esilarante, ripensandoci adesso: anche fra di noi cosiddetti “metallari” esistevano fazioni, c’era chi ascoltava il Glam Rock (bollato inesorabilmente come “parruccone”), chi l’Hip Hop e chi il Thrash Metal della Bay Area come il sottoscritto. Noi “della Bay Area” ci sentivamo dei gran fighi e vestivamo ciclisti, magliette delle nostre band preferite e portavamo capelli lunghi. Una volta in centro storico fummo affiancati da delle ragazze e le udimmo bisbigliare “carini questi, peccato siano metallari”. Rimanemmo di stucco perché capimmo che il look rappresentava un biglietto da visita in pratica definitivo. Oggi una persona può avere nella sua playlist di Spotify AC/DC e Iron Maiden come la Pausini e gli 883, senza togliere qualche trapper di ultima generazione. All’epoca era impensabile: o eri di qua o eri di là dalla barricata.
C’era la necessità di avere un dress code che raccontasse le cose che ti interessavano proprio per cercare la tua comunità di riferimento e c’era una ricerca di appartenenza fisica, legata a segnali tangibili, anche perché non esistevano gli alter ego digitali di oggi.
Il mio passaggio musicale è avvenuto a metà degli anni novanta, quando una parte della compagnia del Marrakech Music, di cui ormai facevo parte, cominciò a frequentare discoteche come il Cocoricò di Riccione.

Rispetto a quanto detto in precedenza sembra quasi un sacrilegio, ma fu in realtà un passaggio piuttosto naturale per la mia generazione: la musica elettronica stava fornendo nuovi spunti contro – culturali ai giovani dell’epoca e tra le avanguardie che seguivamo con interesse c’erano gruppi musicali come gli Orbital, Bandulu, Banco de Gaia e senza dubbio i primi lavori dei Prodigy, nati appunto da una scena rave inglese.
Tralasciando gli aspetti più patinati che non mi interessavano condividevo questo mood di “movement” tipico dell’house music, dove stili musicali del tutto inaspettati facevano capolino e dove l’ater ego delle persone si mostrava direttamente in serata ed era solitamente più recettivo a condividere situazioni ed emozioni.
All’interno di questo percorso che, specialmente in Emilia, abbiamo fatto in tanti, i circoli Arci hanno avuto una funzione cardine che oggi è totalmente scomparsa. Trovavi situazioni da urlo anche in locali piccoli e di provincia, che a sorpresa ospitavano DJ italiani e internazionali a prezzi accessibilissimi, decisamente il contrario rispetto ad oggi dove devi spendere delle fortune per assistere a festival “aggreganti” con tanti artisti.

Merch No Reason To Believe. Courtesy of Brunito
DIY merch No Reason To Believe. Courtesy of Brunito

Posso dire con certezza quasi assoluta che dal 1993 iniziò la mia fase club. Prima a livello parodistico: avevo una band di Punk / Hard Core chiamata No Reason To Believe con cui facevamo concerti nei centri sociali, in primis La Scintilla, squat anarcoide con una storia pazzesca alle spalle, dove avevamo una sorta di quartier generale e dove provavamo con la band.

I nostri demo erano recensiti positivamente anche su testate giornalistiche di rilievo come Metal Shock e già in quegli anni capivo che la mia strada nella vita sarebbe stata quella musicale, perché anche nel delirio demenziale delle serate punk ci sentivamo “seri” nella nostra proposta. I concerti andavano bene anche se eravamo una band locale ed a un certo punto, attratti da questo piacere proibito che ci fornivano certe fragranze club, decidemmo di riproporre il nostro repertorio in modo “elettronico” con l’utilizzo di un pc rudimentale e software che ora sono considerati vera e propria preistoria. Nell’economia della provocazione tra amici e del divertimento generale fondammo i DAS BTRN (acronimo di No Reason To Believe letto al contrario) che parodiavano noi stessi e band storiche come i Kraftwerk. Fu l’inizio del mio approccio produttivo alla musica elettronica.

Das BTRN - bozza di testi scritta a mano - Courtesy of Brunito
Das BTRN – bozza di testi scritta a mano – Courtesy of Brunito”

Come sempre, e inconsciamente, aspettavamo il “la” da qualche big di riferimento e furono progetti di musica elettronica come gli Scorn capitanati da Mick Harris, batterista eclettico dei Napalm Death, a farci capire che la contaminazione musicale era più importante di qualsiasi bandiera artistica.
Prima di loro se vedevi una tastiera in un gruppo era sinonimo di debolezza, tipo i Queensrÿche: ne riconoscevamo la bravura ma li guardavamo con diffidenza. Dopo la metà del decennio tutto cambiò: la musica suonata con sintetizzatori e campionatori divenne per noi emiliani una sorta di “Punk Novello” e trovavi rocker incalliti, che pensavi ortodossi, ai concerti di Chemical Brothers o Prodigy; fu un periodo di vera rivoluzione musicale.

Io stesso, in un momento di necessità economica in quanto ancora studente, vendetti in blocco la mia collezione di CD all’AARGHH!! (altro negozio musicale di grande credibilità e proposta) per iniziare ad acquistare i primi mix in 12” di house, jungle, trip hop, techno, presenti nello stesso negozio a testimonianza di quanto detto. Fu una pazzia, oggi piango ancora a ripensarci, ma ricordo bene cosa mi spinse a un gesto del genere all’epoca. Oramai, dopo tutti questi anni, mi sono perdonato.

L'interno dell'Aarghh - Foto courtesy of Alessandro Formigoni/Fox
Fox all’interno dell’Aarghh!! – Foto courtesy of Alessandro Formigoni/Fox

 

Tessera punti dell'Aaargh - Courtesy of Brunito
Tessera punti dell’Aaargh – Courtesy of Brunito

In quegli anni a Modena quindi c’è stato qualche locale che per te ha avuto una ruolo rilevante? Parlavi dei circoli Arci… nei primi anni ’90 cosa c’era già, il Left? 

Il Left rappresentava un avamposto fondamentale: il classico circolo arci novantiano compatto, pionieristico e solidissimo nella proposta musicale ed artistica. All’interno della sua programmazione potevi trovarci Vinicio Capossela come Alien Army, collettivo di scratchers “olimpionici” come lo stesso DJ Gruff, o gli Attica Blues, band prodotta dalla rivoluzionaria Mo’ Wax. E i DJ resident non erano certo da meno, Soneek Mx sbarcava da Antenna Uno Rockstation per proporre tutte le ultime sonorità elettroniche, e ballavano proprio tutti, nessuno escluso.
Fu proprio al Left capitanato da Francesco Capitani (bello il gioco di parole) alias Kappa che ebbe luogo la mia seconda avventura musicale in termini di composizione e performance: i Negroni Taste Department. Più che una band era un collettivo, ed era a tutti gli effetti la mia nuova compagnia ma conteneva anche elementi dei furono No Reason To Believe.
Il primo live dei Negroni andò in scena proprio al Left e fu un successo, me lo ricordo come se fosse ieri. In seguito vincemmo un concorso al Centro Musica di Modena, cosa che ci permise di incidere i nostri primi CD: la nostra formula era molto naturale e si proponeva di centrifugare generi musicali che adoravamo ballare nei club, come Jungle, Easy Listening, Library Music, Hip Hop e Funk. Abbiamo recentemente pubblicato in digitale il primo EP dei Negroni “The Kixotic Revenge” per la Screaming Cockatiel di Bologna, si trova anche su Spotify.

 

 

 

Un altro luogo pazzesco che ci vedeva come avventori quanto come performer, era appunto “La Scintilla”, dove negli anni precedenti avevo visto esibirsi band incredibili come Pennywise, Yuppicide ed L7.

La Scintilla. Foto courtesy of Davide Sabattini
La Scintilla. Foto courtesy of Davide Sabattini

Stessa cosa per il Vox Club di Nonantola, per cui sono stato otto anni DJ resident nel periodo a seguire: concerti di Bjork, Tricky, Roni Size erano all’ordine del giorno e della programmazione.
E vogliamo parlare del concerto dei Nirvana al Palazzetto dello Sport (su Youtube il concerto completo) dove girarvamo in skate giusto un paio di anni prima?
Fa sorridere sentire persone più giovani oggi chiedermi: “ma tutto questo a Modena?”; in pochi ormai, complice anche una mancato archivio cittadino consultabile, sono consapevoli del maestoso background di concerti dal vivo della città. Oggi non è rimasto più nulla di tutto ciò e non è certo un sinonimo di welfare.
Mi rendo conto di essere stato fortunato ad avere avuto una crescita personale che mi ha sempre dato l’impressione di vivere in una città e non in una sorta di “paesone”. Che io ricordi non ho mai desiderato vivere altrove; il problema semmai me lo pongo più ora da genitore, con lo smog divampante e la qualità dei servizi che vacilla.
Ho avuto in passato la possibilità di trasferirmi ma non l’ho voluta sfruttare perché pensavo che ci fosse sempre da fare del buono in generale, musicalmente e artisticamente: ho una dimensione passata da cui attingo regolarmente che non mi fa vivere Modena come una città di provincia. Sotto molti aspetti per me non lo è assolutamente.

Quindi il fatto di tenere sempre questa aspettativa molto bassa su Modena anche da parte dei giovani (ma non solo) è per me una cosa negativa perché genera una cattiva attitudine e una sorta di scusante per non provare a fare qualcosa di valido.
Alla fine questo modo di screditare la realtà, in attesa di una sorpresa, di un qualcosa che venga quasi come per magia calato dal cielo, è esso stesso un atteggiamento provinciale che trasforma la nostra città in una cittadina, agendo direttamente nelle nostre menti.

Ci sono state talmente tante cose che purtroppo non sono state fissate nella memoria perché all’epoca non era abitudine o non si avevano i mezzi tecnologici necessari e si era naturalmente più abituati a vivere e a costruire la realtà piuttosto che a documentarla a tutti i costi, cose bellissime che hanno forgiato a livello di sensibilità più generazioni.
E ci ritroviamo adesso uomini di mezza età con un background notevole che in pochissimi conoscono. Perché i giovani tutto ciò, non trovandolo su Internet e non avendolo sbattuto in faccia dai social tutti i giorni, semplicemente non lo conoscono. Io vorrei invece che i giovani avessero l’atteggiamento opposto, della serie: “hey questa cosa manca, diamoci da fare”.
D’altro canto provo una grande empatia per le nuove generazioni che con tutta la migliore volontà si trovano a fronteggiare l’apparato burocratico locale e nazionale, che oramai è diventato qualcosa di abominevole, oltre il kafkiano: con spese folli per affittare locali (circoli Arci inclusi) e la fobia costante che i vicini telefonino alle forze dell’ordine. In una realtà così poco aggiornata e lungimirante, attaccata al cavillo, alla burocrazia, al far cassa a tutti i costi trascurando gli aspetti più culturali, è davvero scoraggiante muoversi.

 

Tornando alla tua prima band, i No Reason to Believe, non c’era un pezzo che si chiamava “Terrorismo al Picchio rosso”? A proposito di locali e situazioni legate alla musica

Beh hai ripescato una perla della mia giovinezza. Fu il nostro primo demo tape (in vetrina al Marrakech music con grande orgoglio di tutta la ciurma). “Terrorism at the Red Woodpecker” era un attacco molto ironico ai fighetti che si tiravano a lustro per andare al Picchio Rosso, storica disco di Formigine in provincia di Modena, talmente celebre in Italia che vi era stato girato anche un episodio de “I Nuovi Mostri” (1977) chiamato “L’uccellino della val Padana” con Orietta Berti che cantava e il marito Ugo Tognazzi in veste di proto influencer che la promuoveva facendole da manager… da vedere a tutti i costi!

 

No reason to believe – Testo Terrorism at “Red Woodpeecker” – Courtesy of Brunito
No reason to believe – Testo Deadly Toy – Courtesy of Brunito

Ma per noi adolescenti punkettoni del 1992 il Picchio era il nemico: nient’altro che un covo di gente omologata e senza interessi. E quindi perché non farci un bel pezzo di punk sopra? Un dissing già piuttosto ridanciano e ironico se pensi al fatto che il titolo del pezzo era tradotto letteralmente dall’italiano “Terrorismo al Picchio Rosso”.
La copertina della cassetta l’avevo disegnata io, amavo disegnare (anche se è una passione che purtroppo non ho coltivato), e ritraeva, in maniera molto stilizzata, un punk che urinava sulla discoteca in questione.

No Reason To Believe "Don't trust zamataurs" demo. Courtesy of Brunito
No Reason To Believe “Don’t trust zamataurs” demo. Courtesy of Giancarlo Pedaci

Il demo tape successivo, Radio Tendenzia era (ancora) una sorta di perculamento del mondo delle discoteche, ma già si capiva che a forza di sfottere noi nelle disco in realtà ci stavamo bene.

 

Radio Tendenzia - Demo Tape. Courtesy of Brunito
Radio Tendenzia – Demo Tape. Courtesy of Brunito

Ricordo che nel booklet della cassetta (rigorosamente fotocopiato in bianco e nero) c’era un collage punk di immagini ritagliate a mano da giornali cartacei dedicati alle discoteche (eh già, ai tempi esistevano pure quelli): ricordo Ru Paul e altre Drag Queens in voga, con immagini di pastiglie ingrandite a sproposito, tutto molto ambiguo e spiritoso al contempo, tutto quello che si creava lo si faceva più che altro per ridere in compagnia. La vera sorpresa fu che la cassetta in questione ottenne un’ottima recensione su Metal Shock, rivista leggendaria, e ci scrissero pure una lettera – giuro – dal Brasile per vedere se si poteva organizzare un concerto concerto là: non chiedermi come il Metal Shock italiano fosse arrivato fino in Brasile, poteri editoriali dei tempi!
A livello pratico, tutto quello che ottenemmo fu, ovviamente, solo qualche data in zona, però ricordo condita da grande partecipazione locale con due concertoni che ancora porto nel mio cuore: uno alla Scintilla – con un pogo esagerato, quasi sanguinario – e l’altro in Via Divisione Acqui, durante una rassegna di gruppi locali.

Recensione del secondo demo tape dei No Reason To Believe su Metal Shock
Recensione del secondo demo tape dei No Reason To Believe su Metal Shock

Il successo di Via Divisione Acqui, di fianco alle piscine Pergolesi per intenderci, ripropose la medesima rassegna l’anno successivo ma ci fu un problema tecnico da parte del service e la nostra performance fu piuttosto sottotono: mi arrabbiai da morire, un misto di incazzo e delusione che mi portò a capire che, nonostante fossimo tutti dei gran pivelli cazzari, la musica io la vivevo molto seriamente e per me rappresentava già un lavoro, anche se avevo solo quindici anni. Il classico cialtronismo del vivaio musicale mi irritava anche se spesso lo nascondevo per non passare come il bacchettone di turno: compagni di ventura che arrivavano tardi alle prove, dimenticando spesso a casa effetti delle chitarra, accessori della batteria, microfoni, mi mandavano letteralmente in bestia, ero (e sono tuttora) un vero sclerotico.

La formula DJ negli anni a seguire mi ha permesso in un certo senso di avere a che fare solo con me stesso e ciò è stato un bene ma condividere il palco con altri è qualcosa di bellissimo e irrinunciabile: esperienza che poi ho recuperato nell’ultima decade con il mio progetto di jazz elettronico parecchio contaminato, chiamato Strata-Gemma.

Tiro fuori un altro argomento, sarà stato il ’96 – ’97: il momento in cui l’elettronica comincia a piacere parecchio anche a me con i dischi dei Daft Punk, Chemical Brothers, Mr.Oizo e Prodigy, periodo per me molto legato al Left in via Barchetta e a Radio Antenna 1, anche quella una realtà a livello locale di un’ importanza epocale.
Antenna 1 è stata veramente un epicentro soprattutto grazie a Soneek Mx (RIP): per quanto riguarda la mia formazione musicale lui è stato il mio Andrew Weatherall, quello che mi ha fatto scoprire dei mood, delle fragranze musicali, delle atmosfere che senza di lui magari avrei scoperto ma diversamente, non di certo con questa dedizione. E mi riallaccio a quello che dicevi: c’era una connessione sotterranea tra tutte queste realtà legate dalla musica e non dovute dai beceri numeri e dalle visualizzazioni che all’epoca non esistevano, ma dalla sensazione di appartenere a qualcosa di magico, sospeso ma allo stesso tempo tangibile.

Antenna 1 era la seconda emittente in Emilia dopo Radio Bruno a livello di ascolti, parliamo di uno share importante localmente. Facevamo un programma che si chiamava KGKZ: trasmettevamo in radio con i membri dei Negroni Taste Department e per confezionare puntate sempre inedite giravamo col Mini Disc (supporto avveniristico ma senza futuro) e il suo microfono per registrare di nascosto interventi di amici e serate in compagnia: il risultato era un melting pot di demenza, parodie di canzoni dell’epoca e rubriche surreali. Le risate fatte in quel periodo rimangono insuperabili e generarono il tormentone locale “Scopave!” che canticchiavano in molti in città, e pure in curva allo stadio! Anche in questo caso il supporto fisico era ambito anche se autoprodotto e smerciato localmente (lo distribuiva il Peecker Sound di Formigine del compianto Vanni Neri, altro DJ storico dell’emittente radiofonica).

 

KGKZ, courtesy of Jerome Bonardi

 

Tornando alla fase precedete, quella che posso considerare embrionale ai Negroni, la mia formazione musicale era basata sulla stampa nazionale come Rumore, su quella inglese di importazione come NME, sui negozi di dischi (fortemente presenti allora in città, come il Disco Inn, Groove, Free Time, Mati Dischi) e sugli ascolti pomeridiani di Antenna 1, quando Max trasmetteva tutto il meglio della musica elettronica internazionale: e via a registrarmi un sacco di cassette! Già a metà anni novanta con Soneek Mx si era instaurato un rapporto perché io organizzavo degli After Hour alla Scintilla e chiamavo Soneek Mx (direttamente dall’Oasis di Sassuolo) e Black Satanik Mala a suonare dalle 4 di notte fino alla mattina del giorno successivo.

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Afterhour scintilla Brunito 1
Afterhour Scintilla Brunito 2

 

Con Max condividevamo l’amore smodato per i film di Franco e Ciccio e ripetevamo spesso le battute dei film: la nostra amicizia è nata proprio così, ogni volta che rivedo una pellicola del duo siciliano penso a lui. Max poi aveva creato questa rubrica fittizia nelle sue trasmissioni pomeridiane dove programmava una sorta di “sveglia urlante” che doveva destarmi dalle mie infinite penniche pomeridiane di studente ed io puntavo la radiosveglia giusto un minuto prima, gustandomi questa dedica personale da colui che era il mio eroe locale: tanto orgoglio e tanto divertimento insomma, soprattutto su quest’uso privato di un’emittente pubblica che generava un sense of humour tutto particolare, tipico di Max.

Brunito con SoneekMx
Brunito con Soneek Mx

 

Appunto sul diaro: Ore 16 sveglia Max radio Antenna 1 - Courtesy of Brunito
Appunto sul diaro: Ore 16 sveglia Max radio Antenna 1 – Courtesy of Brunito

Anni irripetibili, Max mi manca molto, come credo a tutti, sia musicalmente che umanamente.

Oltre la Scintilla o l’Oasis ce n’erano a bizzeffe di altre venues, e se non c’erano si creavano. Il comune non ostacolava troppo le organizzazioni locali e ci si poteva imbattere spesso in concerti in centro storico o nei locali, come i bei live in Piazza della Pomposa a cui partecipammo anche noi come imberbi No Reason to Believe, in un mini festival a cui partecipò anche la Paolino Paperino Band.
Addirittura facevano concerti anche davanti alle chiese: noi ci esibimmo col nostro “stupid hard core” davanti a San Francesco, chiesa in cui mi sarei sposato esattamente dopo ventiquattro anni. (Risate, NDR).
Vedere il pogo inondare le vie del centro storico di Modena era qualcosa di incredibile, ma anche “normale” per noi dato che era una forma massima di partecipazione cittadina, al posto dei soliti showroom di cotechini, tortellini e aceto balsamico a cui assistiamo oggi.

Ora a Modena non che sia tutto perduto, intendiamoci. E’ che l’Italia mi dà sempre l’idea di sfruttare male il concetto di modernità: se va di moda va bene altrimenti niente, e così le situazioni ricche di idee faticano a sedimentare, e i giovani dimenticano o semplicemente non sanno perché il passaggio del testimone si fa incongruo e nebuloso.

Ci sono tanti giovani che si danno da fare allo stato attuale delle cose e cercando tanto (e lamentandosi a prescindere il meno possibile) è possibile trovare situazioni molto cool, come ad esempio i ragazzi di Untitled capitanati da Nanni Bottura, che sfornano house ed electro party non solo in città ma anche in giro per l’Italia. Poi c’è Disco Togo, realtà che sto contribuendo a portare avanti con i ragazzi di Togo, dove non mancano le location suggestive (come il foyer del Teatro Storchi) ma dove l’headquarter rimane il basement nel retro del bar, con party tra afro, disco, edits, jackin’ house che ti fanno ballare allo sfinimento anche se in uno spazio ridottissimo. Club Splendore è un’altra realtà nata a Modena ma che gira l’Italia tutta, in location mainstream o particolari e si appoggia spesso al mio dj set insieme a quello di Nicola Zucchi che ne è anche fondatore. On the other side c’é Outer Festival ideato e sviluppato da Alberto Bello, che coinvolge artisti della scena elettronica nostrana ed internazionale, con picchi sperimentali notevoli.
Se penso alle decadi passate Modena non era tanto diversa a livello di scena, c’erano poche cose ma anche di qualità, e se non era abbastanza ti spostavi a Bologna, Reggio Emilia o a Milano. Oggi noto un voler far cassetto a tutti i costi (forse anche dovuto dal costo esagerato della vita) che porta a showroom costanti e investimenti sull’unico settore che pare fare la differenza in Italia: il cibo.
Col mio progetto Strata-Gemma abbiamo appena realizzato un album per un’etichetta di Amsterdam che fa riferimento (almeno dal titolo e sempre con grande ironia, finché ci è possibile) proprio a questo e si chiama: Ristoranti Innovativi.
Questa ossessione sia culturale che economica per il cibo non fa altro che rendere la cultura monotematica e mettere in ombra realtà artistiche da sempre presenti su questo territorio. Oggi secondo me il dramma di mancata lungimiranza è più che altro questo: amministrazioni comunali pronte a incensare chef, ristoranti e prodotti tipici per poi negare permessi per serate musicali che fungano in primis da collante sociale, in secundis da bonifica e rivalutazione delle nostre strade, senza contare che se vuoi dare un vero plus al turista estero devi fornirgli anche un dopocena che abbia un vago retrogusto internazionale, questa è la mia idea.
Negare permessi o multare in maniera spropositata locali che propongono musica e situazioni aggreganti non è la strada giusta: suona decisamente anticulturale e anche controproducente per la salute cittadina.

 

Torniamo ai primi 2000 quando trasmettevi anche tu su Radio Antenna 1, una delle realtà più importanti in assoluto per chi della nostra generazione si interessava alla musica nella nostra zona, e parlami di “Scopave”, un pezzo di cui si parla ancora..!

Di “Scopave” abbiamo girato anche il video e l’abbiamo presentato allo Stalker, locale bellissimo che negli anni ottanta si chiamava Harley, in una laterale di via Giardini. La serata andò benissimo e il video piacque e divertì un sacco la platea. Il progetto demenzial-radiofonico fu però erroneamente associato ai Negroni Taste Dept., progetto tramite il quale cercavamo di diffondere un certo flavour musicale e alla fine ci ritrovammo a fare dei concerti in cui la gente ci richiedeva a gran voce “Scopave!”. Lasciamelo dire, era un piacere scontentarli, da un certo punto in poi avevo completamente abbandonato ogni parvenza di “demenziale” nella performance dal vivo, lo ribadisco: “la risata perfetta” di Bukowskiana memoria era il fine ultimo in compagnia, ma la musica era materia seria. E poi era anche il sense of humour KGKZ (che letto come KGB diventava keghechezz): ti aspettavi una cosa, e invece no, era un’altra.

I live e i DJ set dei Negroni erano particolarmente stimolanti ed era una forma embrionale di tutto ciò che metto in scena ancora oggi per promuovere le mie produzioni: sintetizzatori, batterie suonate dal vivo, computer e campionatore.

Intanto, suonando in discoteche grosse e importanti come il Vox, macinavamo contatti su contatti e avevamo la possibilità di mostrare il video di Scopave anche a presentatori di MTV che presenziavano alle serate, ma in realtà non lo abbiamo mai fatto. Per timidezza? Non credo, semplicemente perché in fondo eravamo ancora dei punk, non ci interessavano così tanto le luci della ribalta, ci interessava fare casino ed il clubbing era lo strumento migliore a nostra disposizione per farlo: “Skiantos philosophy” mi verrebbe da dire.

Non c’era tutta quest’ansia da prestazione di oggi, questo “volercela fare” a tutti i costi che, come ho detto anche su un’intervista a Rockerilla della scorsa estate, sembra una distorsione dello yuppismo ottantiano. Questo discorso può portare inesorabilmente a ragionare sul nuovo pop nazionale: la trap.
Talvolta mi interessa, a livello di produzione, il filone trap: ci sono brani inglesi che spaccano, e anche cose italiane piuttosto potenti, ma ciò che mi lascia quasi regolarmente interdetto sono le lyrics, i testi: tutti a parlare di sti cazzo di soldi. Che palle, e soprattutto che ansia!
Anche l’hip hop della rivalsa sociale degli afroamericani lo ha sempre fatto intendiamoci, ma la musica era più varia e molto più figa, più contaminata ed ogni rapper aveva (e ha) la sua timbrica e il suo flow. L’autotune usato a sproposito porta tutti al grande supermarket della mediocrità e dell’omologazione, poi puoi farti tutti i tattoo in faccia che vuoi ma rimani un omologato che parla agli omologati, sei come il truzzo con le palladium ai piedi che andava in centro la domenica pomeriggio con la toppa degli 883. (Ecco, così chiudo anche il cerchio).

Il fatto che la rivalsa sociale passi attraverso degli status symbol inutili spesso prodotti sfruttando gente che sta molto peggio di te trovo sia peggio di nulla, è proprio qualcosa di negativo.
Fa anche riflettere su come le nuove generazioni siano andate a ripescare il peggio-immaginario dei decenni scorsi. C’è proprio un problema di mala interpretazione che non è di frattura, è solo di cattivo gusto: e qua mi ricollego al discorso di “passaggio di testimone incongruo” che facevo prima. Sembra – nonostante i potenti mezzi tecnologici a disposizione – manchino gli strumenti per valutare passato e presente: il futuro non esiste più da anni, e questo potrebbe paradossalmente definire quest’epoca come “la più punk di tutte”.

Va anche detto che ogni elemento va collocato, appunto, nella sua era: ci sono oggi un sacco di giovani che sono l’esatto equivalente di come eravamo noi ai tempi, che se la godono senza pensare alle etichette, all’arrivismo forsennato, che coltivano interessi, che amano ballare e ridere; me ne sto ritrovando sempre di più alle mie serate e questo mi riempie di inaspettato ottimismo nei confronti di questo fantomatico, nebuloso, ineffabile “futuro”.

Dopo questa bella chiacchierata, che é un percorso a ritroso sulle scelte fatte, una domanda me la vorrei fare da solo: cosa lega tutto questo, lo skate, le location modenesi e fuori porta, le compagnie, le decadi (più di tre ormai) le amicizie, i traguardi e delusioni?
La musica amico mio; “music has always been there”, si dice così no?
Oggi come oggi me ne rendo conto più che mai e ne resto quasi sorpreso: la musica é un’entità mistica, metafisica, fatta dall’uomo ma che, come diceva Fellini, “viene da un’altra parte”.
Nella mia vita ha rappresentato praticamente tutto: non solo fonte di sostegno e di entusiasmi inauditi, ma anche colonna sonora caratterizzante delle varie fasi della vita (tutte quelle che abbiamo elencato e quelle che verranno, speriamo ancora tante) tanto da rappresentare l’unica vera “time machine” fruibile dall’uomo. Se riascolti quell’artista o quella band ti riporta esattamente in quel momento e in quel luogo, sei in grado addirittura di sentire gli stessi odori e rivedere le stesse luci. Niente può fare questo, a parte la muzak.
In più per me certi generi musicali dispongono addirittura di un potere “architetturale”: prendi ad esempio jungle, drum n’bass e instrumental hip hop, sono stili per me capaci di tracciare solchi strutturali nella mente, dove varie fasi emozionali si stratificano fino a formare una specie di edificio con diversi piani. E allora capita che quando passi accanto alla stazione delle corriere tu ti metta a canticchiare “Inner City Life” di Goldie oppure quando passi di fianco a un centro di spaccio ti venga in mente “Lo Straniero” dei Sangue Misto.

La musica é fatta anche di luoghi, reali e immaginari. Più “Urbaner” di così…

 

 

Con Donato Dozzi al Brancaleone di Roma
Negroni Taste Department con Donato Dozzy al Classico Village di Roma

 

Per approfondire la sfaccettata personalità di Brunito, la sua passione per le colonne sonore dei film e molto altro vi suggeriamo la bellissima intervista realizzata da Jumbo per Mocu qualche anno fa