“At the Matinée” e “Captured”

2 Settembre 2025 by Gianmario Sannicola

Durante uno di quei momenti di calma assoluta che pervadono i sabati mattina di fine agosto mi sono imbattuto in due documentari ormai di qualche anno fa (mea culpa per non averli visti prima): At the Matinée di Giangiacomo De Stefano e Captured di Daniel B. Levin. Già dopo i primi minuti di entrambi ho avuto la sensazione di aprire un vecchio cassetto dei ricordi. Quei volti, quei suoni, quell’energia mi hanno riportato indietro, agli anni in cui anch’io, un comunissimo adolescente a Modena, vivevo le mie prime esperienze osservando da lontano prima e toccando con mano poi le sottoculture presenti in città. Non era solo musica, graffiti, skate, arte: era appartenenza, resistenza, ricerca di un’identità che sfuggisse alle regole della provincia e ai modelli prestabiliti. Ogni concerto, ogni jam, ogni pomeriggio passato in skate sotto il sole o con la pioggia era un modo per sentirsi parte di una comunità invisibile agli occhi di molti, ma fondamentale per noi.

At the Matinée racconta la scena hardcore newyorkese degli anni ’80 e ’90, quella dei matinée al CBGB e nei club dell’East Village. Concerti pomeridiani perché i ragazzi più piccoli potessero partecipare, una comunità fatta di sudore, di pogo e di valori condivisi: fratellanza, impegno, rabbia trasformata in energia. Ma soprattutto una comunità da cui, negli anni a seguire, sarebbero emerse le band punk hardcore più famose della scena musicale. Per tutta la durata del film mi è sembrato di rivedere certe serate passate nei centri sociali di Modena e provincia, o quando partivamo in treno o con altri mezzi di trasporto solo per un concerto. Eravamo minorenni, spesso con pochi soldi in tasca, ma bastava poco: un biglietto stropicciato, qualche birra e la voglia di sentirci parte di qualcosa di più grande. Quelle trasferte erano atti di emancipazione, voglia di scoprire qualcosa che arrivava da lontano, piccole fughe collettive dalla provincia che ci facevano sentire cittadini di un mondo sotterraneo e più vasto, connessi a qualcosa che andava oltre le nostre geografie.

Con Captured, Daniel B. Levin ci conduce invece nel cuore pulsante del Lower East Side attraverso lo sguardo di Clayton Patterson, fotografo e documentarista che ha immortalato senza filtri drag queen, gang, artisti di strada, attivisti, ribelli e anime fragili di New York. Quelle immagini crude e dirette mi hanno fatto pensare ai miei scarsissimi tentativi di raccontare ciò che mi circondava con una macchina fotografica sgangherata trovata in casa: concerti, murales che sparivano da un giorno all’altro, visi e sorrisi che sembravano destinati a restare invisibili. Non era solo documentazione, era un modo per dire: “noi esistiamo”. A voler trovare un significato più presuntuoso, in quel gesto c’era una forma di resistenza silenziosa, una necessità di rendere visibile ciò che altrimenti sarebbe rimasto nascosto, dimenticato o ignorato. Ma probabilmente era solo il modo che avevamo all’epoca di “divertirci e fissare ricordi”, così come si fa oggi con i cellulari.

C’è però un filo conduttore, a mio avviso, tra i due documentari (al di là del luogo geografico e degli anni): la forza delle sottoculture come spazi vitali, rifugi e laboratori di creatività. Non importa che si trattasse del Lower East Side o di una periferia italiana: la dinamica era la stessa. Era la ricerca di un altrove, un posto dove poter dire “esistiamo” senza sentirci giudicati. La musica era il collante, ma attorno c’era molto di più: la voglia di lottare, di inventare linguaggi, di costruire comunità con mezzi poveri ma con un’energia che sembrava inesauribile. Ogni fanzine ciclostilata, ogni adesivo attaccato di nascosto, ogni assemblea improvvisata prima o dopo un concerto era un pezzo di quella costruzione collettiva.

Per me questi due film sono stati un promemoria prezioso. Guardandoli ho risentito l’odore acre delle sale concerti dei centri sociali, ho rivisto le facce di chi organizzava le serate, le chiacchiere infinite su politica, società e dischi fuori dai locali. Mi hanno ricordato che la vera forza delle scene underground non stava solo nei suoni o nelle immagini, ma nella possibilità concreta di trasformare la marginalità in un atto creativo e collettivo. Anche il più piccolo contributo – un volantino disegnato a mano, un pezzo imparato male ma suonato con convinzione, una foto scattata senza tecnica – diventava parte di un racconto comune, di un mosaico che nessuno di noi da solo avrebbe potuto immaginare.

E forse è proprio questo il messaggio più attuale: le sottoculture dell’epoca non sono nostalgia, ma memoria viva. Continuano a parlarci oggi, a distanza di decenni, perché in fondo ci ricordano una cosa semplice: cambiare il mondo attorno a noi, anche solo per qualche ora, era ed è possibile. E se i luoghi oggi sono cambiati, se il linguaggio è digitale e la comunicazione è istantanea, resta intatto quello stesso bisogno: cercare spazi di libertà dove esprimersi senza filtri, costruendo comunità capaci di lasciare tracce durature nel tempo.


At the Matinée
è disponibile qui.

Captured potete trovarlo qui.